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Ci fermiamo ancora a guardare questi mostri architettonici tra beduini su dromedari che cercano disperatamente di farsi fotografare dai turisti in cambio di qualche lauta ricompensa. Girovaghiamo ancora un pò tra i resti dei vari templi assaporando questo clima mistico e cercando di immaginare come dovevano essere questi giganteschi solidi oltre cinquanta secoli fa: cristalli lucidi e speculari. Addio piramidi, simboli della collina primordiale, che avete sfidato la forza distruttiva dei  secoli e che, ancora oggi, fate tanto discutere. Nel pomeriggio facciamo l’escursione facoltativa di Menfi e  della necropoli di Saqqara.

     


Ecco le rovine di Menfi, la capitale dell’antico regno del Basso Egitto, grande centro religioso e amministrativo. Di questa antica città rimane ben poco non solo  per le inondazioni del Nilo che la ricopriva di continuo del suo limo ma, anche perché verso il 500 d.c. fu usata dai conquistatori arabi come cava per costruire  Il Cairo. E’ qui che nel museo viene conservato ben disteso il colosso di Ramsete II tra statue, stele e sarcofagi ritrovati fra le rovine del tempio del dio Ptah di cui rimangono le basi delle colonne. Nel giardino circostante ammiriamo un’enorme sfinge di ben 80 tonnellate di calcite alabastrina; è qui che venivano imbalsamati, prima di essere seppelliti nella vicina necropoli, su imponenti letti di pietra, gli immortali tori Api, sacri alla città di Menfi in quanto rappresentavano l’incarnazione vivente del dio Path e di questi erano considerati gli araldi.

Più a sud visitiamo la necropoli di Saqqara, la più antica della civiltà egizia, ricca di svariati monumenti; è qui che sono stati trovati diversi pozzi funerari che risalgono al periodo precedente alla mummificazione. Domina il sito la piramide a gradoni di Zoser il cui regno durò meno di vent’anni: questo è il tempo impiegato per la realizzazione di queste colossali opere architettoniche. Ancora una volta  è presente la forma sacra che ricorda la collina dalla quale si è originato il dio Sole che rappresenta la vita e che compie quotidianamente un viaggio circolare verso la riva ovest del fiume sacro dove scompare e dove sono state edificate le tombe. Anche qui l’ingresso è a Nord dove c’è la stella polare: il sole notturno. A nord della piramide c’è il tempio funerario con i cobra che sembrano proteggere questo affascinante e intrigante posto e poi ecco le colonne a forma di fasci di papiri e di fiori di loto che fanno esplicito riferimento al paesaggio primordiale del dio Nilo, quella divinità che scorreva tra la fitta vegetazione.

     

In questi siti archeologici bisogna avere molta fantasia e immaginare ad occhi aperti le scene funerarie di diversi millenni fa e il cuore duole quando si pensa che molte statue facciano ora bella mostra di sé al Louvre, al British museo e a tanti altri ancora. Magdy la nostra guida è un archeologo e ci illustra ora la tecnica dell’imbalsamazione dei defunti che rappresenta una tangibile prova del diniego della morte come fine della vita: l’idea della resurrezione era molto radicata e legata alla rinascita di una vita migliore se il corpo non si decomponeva. Il defunto veniva adagiato su un grande tavolo dove i sacerdoti imbalsamatori estraevano gli organi interni tranne il cuore, la sede del pensiero, che doveva essere pesato da Anubi, dio della morte, per consentire il passaggio nell’aldilà con la barca solare. Questi organi dopo essere stati lavati venivano conservati con spezie e vino di palma nei vasi canopi i cui coperchi raffiguravano le teste dei figli di Horus. Il corpo veniva coperto di natron e dopo un mese veniva lavato e dopo essere ricoperto di cedro e resina veniva avvolto in bende di lino impregnate di gomma; La mummia era pronta dopo circa tre mesi per l’ultimo viaggio terreno e veniva trasportata nella tomba con tutto il suo corredo funerario ricco di cibo e di suppellettili vari che servivano per arredare la camera mortuaria. Infine il sacerdote o il figlio maggiore del defunto compiva il rito dell’apertura della bocca per permettere all’anima di ritornare nel corpo e solo dopo il volto veniva ricoperto con  una maschera che riproduceva i lineamenti del defunto. Durante il rito dell’imbalsamazione venivano pronunciate delle frasi rituali che sono state descritte da Erodoto e trovate incise in dei papiri: tu rivivi, tu rivivi per sempre, tu sei di nuovo giovane, tu sei di nuovo giovane per sempre.

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