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13 agosto: Fish River canyon 
Partenza per il Canyon alle prime luci dell’alba: il Canyon dentro un secondo Canyon.  Ecco le prime zebre, babbuini,...
Il paesaggio cambia in continuazione ed è sempre più bello di prima; le collinette ricche di sassi sembrano custodire mostri del passato che non incutono terrore, ma trasmettono solo tranquillità e una grande ricchezza interiore. Sono situati su delle larghe piattaforme: sono lì scolpiti dall’erosione forse da milioni di anni, testimoni di cataclismi e di grandi trasformazioni geofisiche. Infondono coraggio e sembrano comunicare grandi messaggi: vai uomo, segui la tua strada e sii sempre rispettoso dei beni della natura. Mi sento davvero piccola in mezzo a tanta immensità. Amo la sabbia, la polvere che ritrovo in ogni parte del mio corpo, gli occhi che bruciano e i colpetti di tosse: l’Africa da amare è proprio questa.
Il Canyon è spettacolare, offre panorami mozzafiato; costeggiamo lo strapiombo per godere uno scenario veramente fantastico. Queste gole profonde e queste altissime rocce sono opera dell’erosione dell’acqua e del crollo della valle sottostante, in seguito a movimenti tellurici della crosta terrestre avvenuti diversi milioni di anni fa. L’ambiente è desertico, ma la vegetazione riesce a sopravvivere a periodi di prolungata siccità. Oggi viviamo un’esperienza nuova: rimaniamo con il nostro pulmino insabbiati.
Nel pomeriggio partiamo dal lodge e facciamo un’escursione a piedi di ben tre ore: il percorso degli stambecchi tra grotte e tane di animali. Più saliamo e più dominiamo la sottostante vallata: anche oggi siamo appagati da un’altra avventura vissuta. Dobbiamo affrettare il passo per rientrare al lodge: è quasi buio e la savana nasconde i suoi misteri.
La sera non  riesco ad addormentarmi facilmente: la mia mente naviga, è lontana anni luce dai problemi del mondo e della sua crisi economica. Il ricordo di quando ci siamo insabbiati con il pulmino non riaffiora più: sono totalmente stregata dalla mia Africa.
 
14 agosto: Aus
Viaggiamo verso il nord: il deserto del Namib ci attende.
Distese infinite tra strade asfaltate e sterrate quasi prive di presenze umane: questa è la strada per Aus, luogo ideale per vivere dentro un documentario. La cosa più sorprendente che non si avverte nessun pericolo e, come sempre, percorriamo chilometri e chilometri verso un lontano orizzonte senza un cartello stradale che ci dia la certezza che quella strada è quella giusta: la nostra Katia è un tom-tom impeccabile, per fortuna.
Facciamo una sosta al luogo abitato da cavalli selvaggi, discendenti di quei cavalli abbandonati dai coloni tedeschi alla fine della prima guerra mondiale.
Catapultati in habitat diverso dal loro non reagiscono quando ci avviciniamo: il loro sguardo sembra spento. Che tenerezza!
Si prosegue, il deserto avanza sempre di più, non c’è ombra di vegetazione, di fronte a noi una distesa infinita brulla che riflette il rosso sottostante trasformandolo in un inquietante giallore: siamo sommersi da polvere sottilissima.
Visitiamo Kolmanskop, la città fantasma dei diamanti, abbandonata dopo la seconda guerra mondiale quando diminuì l’attività estrattiva. C’è un’atmosfera molto particolare, siamo circondati da sabbia e dune che si sono impossessate delle abitazioni creando un paesaggio direi quasi onirico: è una città che viene lentamente inghiottita dalla calda sabbia del deserto del Namib. Girovagando tra le dune mi chiedo: sarà ancora abitata dalle anime di quei poveri cercatori di diamanti o è infestata da strani alieni?
 
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